Legionari

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L’Impresa di Fiume

Uno spettacolo di e con Stefano Angelucci Marino

 testo, regia, luci e musiche  Stefano Angelucci Marino

collaborazione drammaturgia e regia  Rossella Gesini

scena e costumi  Artibò suono Globster

una produzione  TEATRO DEL SANGRO

1920, a Fiume.

Un soldato,Vincenzo. Meridionale, abruzzese. Un reduce della prima guerra mondiale, un ardito: la guerra lo ha cambiato per sempre, il suo posto non è più a casa nel paesello d’origine. L’inquietudine lo porta a partire. Per andare a Fiume. A Fiume, dove pare ci sia una  Causa capace di accendere cuore e mente.

Immerso dentro la “città di vita”, il nostro ci dirà di tensioni, splendori e miserie di quella festa rivoluzionaria, di bravate futuriste e di utopie, di trasgressione sessuale e di pirateria, di gioco, di guerra e di quell’insopprimibile bisogno di finirla in bellezza con questa inutile stupida vita, in una specie di orgia eroica. Sarà in parte comico, in parte tragico.

Per la precisione tragicomico.

L’Impresa fiumana (1919-1920), dalla parte degli “scalmanati”

Il 12 settembre 1919, nel riassetto generale che fa seguito alla Grande Guerra, la città di Fiume viene presa da un manipolo di militari disertori guidata da Gabriele D’Annunzio e tenuta sino al termine dell’anno successivo. Gesto folle che sembra andare contro qualsivoglia regola di lucida politica internazionale che va disegnandosi dopo la guerra sulle ceneri degli stati sconfitti. Italia ed Jugoslavia si contendono Fiume, sebbene già il 30 ottobre 1918, prima dell’armistizio ed al principio del disgregamento dell’impero austro-ungarico, il Consiglio nazionale italiano di Fiume si sia già pronunciato a favore dell’annessione all’Italia.             Un manipolo di soldati, di poeti, letterati, pittori e brillanti uomini di cultura misero tutto il loro impegno nella costruzione di quella che viene definita “la città di vita”. Senza dubbio fucina di talentuosi ingegni, l’impresa si rivelò un momento davvero intenso per quei giovani che animavano i salotti (letterari e non) dell’epoca, richiamando persino l’attenzione del Club Dada. Durante i mesi dell’occupazione Fiume si trasforma in una piccola controsocietà sperimentale che vive in un clima psicologico atipico e soprattutto avulso dalla morale corrente. Idee e valori sono completamente rovesciati: la norma diviene la trasgressione. Libertà sessuale, omosessualità, uso di droga, nudismo, pratica del ribellismo di massa e così di seguito. Tali manifestazioni collettive psicologiche e di costume sono documentate nelle visioni politico-sociali della Carta del Carnaro e della Lega di Fiume, che avrebbe dovuto riunire i rappresentanti dei popoli oppressi.

Di questo fervore risente anche la dimensione del tempo. I fiumani vivono in una sospensione temporale, una sorta di eterno e giovane presente che sembra essere privo di passato e di futuro ed ha come effetto uno stato febbricitante proprio non solo degli ideatori dell’impresa ma anche dei legionari. Una febbre fatta, nei più risoluti, di orrore per la vita dura e grigia di tutti i giorni, di disprezzo per gli ordini costituiti, di disinteresse per il passato e per l’avvenire, di irridente spregio per la virtù e per il risparmio, per la famiglia, per gli avi, per la religione, per la monarchia e per la repubblica. Sono sentimenti, codesti, che giacciono anche nel remoto sottofondo di molti benpensanti, ma normalmente repressi e condannati in nome della rispettabilità. L’esplosione sfrenata di essi fu forse la caratteristica più importante dell’ambiente legionario fiumano e segno di una situazione politica intrinsecamente rivoluzionaria, in cui D’Annunzio si trovò, un certo momento, ad essere il capo, mandato avanti piuttosto dalla forza degli eventi che da una sua chiara volontà. Ed assieme al Vate molti sono i nomi d’eccezione: Léon Kochnitzky, ebreo convertito, versatile musicista nordico innamorato della mediterranea penisola, Henry Furst, Ludovico Toeplitz, consigliere delegato della Banca commerciale italiana, tutti rappresentanti dell’ala anticonformista, inquieta e ribelle del fiumanesimo. Il pilota Guido Keller, gli scrittori Mario Carli e Giovanni Comisso, ma anche ragazzi che diverranno noti solo successivamente Ricciotto Canudo, Marcello Gallian, il poeta magiaro Andor Garvay, il futuro poeta e critico Raffaele Carrieri, Mario Carli, compagno di Martinetti ed Emilio Settimelli nella preparazione di “Roma futurista”, organo di stampa del partito futurista.In questo clima, attraversato da tensioni opposte e contrastanti fra moderati, radicali e ribelli sfrenati, si consuma l’esperienza di Fiume dalla quale nasce l’associazione Yoga, ovvero “Unione di spiriti liberi tendenti alla perfezione”. Ideata da Keller e Comisso, voleva contrastare gli elementi moderati e conservatori che circondavano D’Annunzio.                   Anche l’economia della “città di vita” è singolare: il governo di Fiume realizza le sue entrate non da tasse ed imposte ma dalle ruberie degli Uscocchi e dalle donazioni di generosi sostenitori anonimi o illustri. Ricordando le imprese degli Uscocchi, pirati balcanici del Cinquecento, il Vate battezza nello stesso modo i suoi legionari pronti a tutto e specializzati in colpi di mano terrestri e marittimi. E così, scardinate le regole, Fiume diviene simbolo di una politica-vacanza che sembra muovere dagli orrori della Grande Guerra e per dimenticare propone la festa sia come sublimazione dell’iniziativa politica che come momento di gioco, danza e mascherata.

L’Impresa fiumana fu un sogno condiviso e realizzato. Uno slancio d’amore che non ha eguali nella storia. D’Annunzio, sì, fu l’interprete ispirato di quello slancio, il Comandante, il Vate che guidò quella straordinaria avventura, ma protagonisti assoluti furono i tantissimi giovani che, disertando o scappando da casa, si riversarono nella città irredenta e là rimasero per oltre un anno. L’età media dei soldati che, da soli o a battaglioni interi, parteciparono all’Impresa fu di ventitré anni.

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